I · La carta
Quando Ilka Marten aprì la carta per la prima volta, il terzo massiccio mancava.
Due dorsali, tratteggiate con cura, ogni costola di roccia segnata con una matita sottile, ogni sorgente con un minuscolo cerchio blu. Poi, dove i sentieri piegavano verso est, soltanto carta bianca fino al bordo. Nessun punto interrogativo, nessuna nota, nessun «inesplorato». Semplicemente niente.
Trovò la carta tre settimane dopo il funerale, tra due assi nella soffitta della casa che il nonno le aveva lasciato. Era avvolta in una custodia di lino cerato, come se lui avesse saputo che l’umidità era l’unica cosa che potesse metterla in pericolo. Si era sbagliato. In pericolo l’avrebbero messa le persone.
Ilka passò il dito sul punto in cui la carta diventava vuota. Sul retro, in un angolo, nella grafia piccola e inclinata del nonno, c’era un’unica frase: Certe cose non si disegnano.
II · Il cartografo
Per quarant’anni Aurel Marten aveva misurato le montagne. Era partito con teodolite e catena metrica quando gli altri lavoravano già con i satelliti, e non aveva cambiato quando per questo lo deridevano. «Un satellite vede tutto», aveva detto una volta, «ma non capisce niente. Una carta è una decisione su che cosa mostrare.»
Da bambina Ilka lo aveva accompagnato. Ricordava mattine fredde, l’odore dei trucioli di matita e del caffè nel thermos, la sua abitudine di fermarsi prima di ogni passo e aspettare finché lei non lo raggiungeva. Ricordava anche quell’unico giorno in cui erano andati verso est, più in alto del solito, e lui all’improvviso era tornato indietro.
«Perché non andiamo avanti?», aveva chiesto lei.
«Perché lassù vivono persone che non vogliono essere trovate», aveva risposto. «Ed è un loro diritto.»
Aveva nove anni. L’aveva presa per una delle sue storie.
III · Gli uomini della città
Gli uomini della città arrivarono in autunno, quando i primi larici ingiallivano. Guidavano un’auto scura senza scritte e indossavano giacche troppo nuove per la montagna. Erano gentili. Avevano tempo. Si presentarono come dipendenti di un’azienda che «valorizza i geodati» e lasciarono sul tavolo della cucina un biglietto da visita con sopra soltanto un nome e un numero di telefono.
Si interessavano a tutto ciò che non stava sulle carte. Chi abitava dietro la seconda cresta? Chi saliva lassù d’inverno, quando la strada era chiusa? Chi riceveva posta, e da chi? Non chiedevano segreti. Chiedevano abitudini.
Solo più tardi Ilka si accorse che delle risposte non avevano nemmeno bisogno. A loro bastava sapere quando qualcuno usciva e quando rientrava. Quante volte si fermava la corriera postale. In quali finestre la sera c’era la luce. Da piccolezze del genere, disse uno di loro come per caso, si legge più che da qualsiasi lettera. E sorrise, come se avesse detto qualcosa di molto ragionevole.
IV · L’offerta
Alla seconda visita misero un contratto sul tavolo. L’azienda voleva comprare l’archivio del nonno: ogni schizzo, ogni taccuino di campagna, ogni carta. La cifra era così alta che Ilka dovette leggerla due volte.
«Ci manca solo un piccolo pezzo», disse il più anziano dei due, e picchiettò con la penna sulla carta appesa al muro, proprio dove il foglio diventava bianco. «Suo nonno è stato l’unico ad andare lassù. Noi rendiamo il mondo completo, signora Marten. Le carte complete sono carte sicure.»
«Per chi?», chiese Ilka.
Lui la guardò come se avesse posto la domanda in una lingua straniera.
Quella notte rimase sveglia ad ascoltare il vento che tirava sul tetto. Verso le tre si alzò, tolse la carta dalla custodia di lino e la stese sul tavolo della cucina. Alla luce della lampada vide per la prima volta ciò che di giorno le era sfuggito: tre minuscoli segni sul margine della superficie bianca, poco più grandi di punture di spillo. Tre montagne non disegnate, ma contate.
V · La prima montagna
Partì prima che facesse giorno. Senza lampada, sul sentiero che aveva percorso da bambina e che non compariva su nessuna carta. Nello zaino portava acqua, pane, la carta e la lettera di sua sorella Jule, a cui da settimane non rispondeva.
Ai piedi della prima montagna c’era una tavola di legno consumata dalle intemperie, su cui un tempo era scritto qualcosa. Ora si leggeva soltanto una riga, incisa nel legno con un coltello: Qui si lascia il proprio nome.
Ilka non capì subito. Poi tirò fuori il telefono dalla tasca. Conosceva il suo nome, il suo numero, i suoi contatti, i suoi spostamenti degli ultimi anni. Sapeva quando dormiva e con chi parlava. Lo spense, prese la tessera su cui c’era il suo nome e lasciò entrambi in una nicchia della roccia.
Dopo, la salita fu più facile. Non perché lo zaino pesasse meno, ma perché nessuno camminava più con lei.
VI · La seconda montagna
La seconda montagna era più ripida e il sentiero più stretto. Verso mezzogiorno raggiunse una forcella dove qualcuno, molto tempo prima, aveva costruito un piccolo forno di pietra. Accanto, una scatola di latta arrugginita, con un lucchetto nuovo.
Sul coperchio c’era scritto: Ciò che si dice qui, resta qui.
Pensò alla lettera di Jule. Alle frasi che vi aveva letto e che erano destinate soltanto a lei: sulla diagnosi, sulla paura, su ciò che Jule non voleva raccontare a nessun altro. Ilka aveva portato con sé la lettera come qualcosa che poteva rompersi se uno sconosciuto la guardava.
La lesse un’ultima volta, lentamente, finché non ne conobbe ogni riga a memoria. Poi la bruciò nel forno di pietra. Non perché non contasse. Ma perché adesso le parole erano nell’unico posto in cui nessuno le avrebbe trovate: in lei.
VII · La terza montagna
La terza montagna era la più alta, ed era l’unica che non taceva. Dietro di lei, giù in fondo alla valle, vide i fari dell’auto scura. Gli uomini della città l’avevano seguita. Non avevano bisogno di sapere dove volesse andare. Bastava loro seguire le sue tracce.
Ilka accelerò. La neve si faceva più alta, le sue impronte più nitide, una linea che chiunque poteva leggere. Pensò alle parole dell’uomo nella sua cucina: Da piccolezze del genere si legge più che da qualsiasi lettera.
Poco prima della cresta si fermò. Il cielo si era coperto. E poi, così piano che all’inizio le parve di immaginarlo, cominciò a nevicare. Fiocchi fitti e pesanti, che si posavano sulla sua traccia, passo dopo passo, finché del suo cammino non restò che una superficie bianca e liscia.
Giù nella valle, i fari si spensero.
VIII · La valle
Dall’altra parte non c’era alcun segreto. Nessun tesoro, nessuna città nascosta, nessuna congiura. Solo una valle con una manciata di case, un ruscello, qualche capra e luce alle finestre.
Una donna anziana le aprì la porta come se la stesse aspettando. «Tu sei la nipote di Aurel», disse. Non era una domanda.
Ilka rimase tre giorni. Imparò che le persone, lì, non fuggivano da qualcosa. Avevano solo deciso di stabilire da sé che cosa gli altri sapessero di loro. Si scrivevano lettere che nessuno leggeva al posto loro. Si incontravano senza che da qualche parte venisse annotato chi avesse parlato con chi, e quando. Non vivevano nel nascondimento. Vivevano nel privato.
«Tuo nonno non ci ha mai disegnati», disse la donna anziana l’ultima sera. «Diceva che una carta di noi sarebbe stata un invito. E certe persone accettano ogni invito.»
IX · Il ritorno
Quando Ilka tornò, l’auto scura era davanti a casa sua. I due uomini aspettavano in cucina; non avevano dovuto forzare la porta, non era mai stata chiusa a chiave.
«Lei è stata lassù», disse il più anziano. «Sappiamo che è stata lassù.»
«Sapete che sono stata via», disse Ilka. «È un’altra cosa.»
Posò la carta sul tavolo, con la superficie bianca rivolta verso l’alto. Gli uomini si chinarono a cercare linee, segni di matita, qualsiasi cosa. Non c’era niente. Ilka non aveva tracciato nulla. Né il sentiero, né la forcella, né le case nella valle.
«Il contratto è ancora valido», disse infine il più giovane.
«L’archivio non è in vendita», disse Ilka. «E la carta è finita.»
X · Ciò che non sta sulle carte
La sera si sedette al tavolo al quale il nonno aveva disegnato per quarant’anni e scrisse a sua sorella. Non una lettera lunga. Solo le frasi di cui Jule aveva bisogno, e una che capivano soltanto loro due.
Pensò alle tre montagne. Al nome che si può lasciare indietro. Alle parole che restano a coloro a cui sono destinate. Alla neve che copre le tracce.
Il nonno non aveva nascosto un luogo. Aveva protetto qualcosa di molto più grande: il diritto di non essere completi. Non misurati, non contati, non prevedibili.
La carta non la finì mai.
Epilogo
Jule rispose due giorni dopo. Un’unica frase, sotto cui c’era un piccolo cuore.
Resta tra noi. Promesso.